sabato 19 agosto 2017

(Luis Badilla - ©copyright) Un'analisi sommaria dei rapporti tra Washington e Vaticano dal 1900 ad oggi, da Pio IX a Papa Francesco, evidenzia subito un elemento molto importante e inedito: mai, come nel periodo 2013-2017, nella politica internazionale della Santa Sede il peso e la rilevanza degli Stati Uniti sono stati così bassi nonostante le condotte amichevoli ed empatiche del Presidente Obama e l'importante visita di Francesco negli Stati Uniti. In questi quattro anni, alla graduale presa di distanza della diplomazia vaticana rispetto a rilevanti politiche internazionali statunitensi (in particolare crisi regionali), in un modo del tutto inatteso si è aggiunta l'elezione del Presidente Trump, persona che ha dato un suo singolare contributo ad abbassare ulteriormente il profilo e il dinamismo di questi rapporti.
Donald Trump in molte cose, alcune fondamentali e fondanti, è alle antipodi del pontificato di Francesco. La sua singolare visione dei rapporti bilaterali tra la Casa Bianca e il Vaticano si rispecchia bene nel bassissimo profilo di un ambasciatore come la signora Callista Gingrich che secondo un ex ambasciatore USA presso la Santa Sede, Francis Rooney, garantirà solo una "forte relazione diretta con la Casa Bianca”, ma non con la diplomazia statunitense, cosa che sarebbe molto necessaria visto che - ha aggiunto Rooney - “il personale al Dipartimento di Stato non è esattamente amico della Santa Sede” (sic).
Per Trump la Santa Sede è un interlocutore importante, come altri, e basta. Nulla di più nulla di meno. Per Trump il Papa dice cose con le quali lui non vuole essere indentificato perché non sono nella testa del suo elettorato, che non nutre particolari simpatie e vicinanze per Jorge Mario Bergoglio.
Detto con altre parole: fra la Santa Sede e l'Amministrazione statunitense esiste allo stato attuale una relazione rispettosa e collaborativa ma vuota, senza contenuti sostanziali, e il flusso dello scambio di vedute, opinioni e analisi è inesistente da molti mesi. Mentre l'Amministrazione Trump è sempre più imbarazzata - ed irritata - con la leadership di Francesco nel frattempo crescono le distanze politiche così come le distanze in altre ambiti non secondari: nel linguaggio, nell'individuazione dell'aree di importanza immediata, nell'identificazione di questioni emergenti, nei valori e riferimenti culturali ed etici da amplificare ...
E tutto ciò, e va sottolineato subito poiché fondamentale, accade nel contesto di una visione vaticana precisa e mai nascosta: la globalizzazione, quella sponsorizzata e sostenuta da diverse amministrazioni statunitensi, così come si è sviluppata sino ad oggi, è fallita, anzi è responsabile del peggioramento della situazione planetaria negli ultimi decenni.
A ciò si aggiunge un'altra diagnosi vaticana con le sue naturali conseguenze: la fine rovinosa del socialismo reale, e la vittoria per così dire di una certa concezione del capitalismo, non necessariamente si deve identificare con un mondo unipolare dove comanda e detta legge solo Washington. Anzi, per la Sede Apostolica, e  per Papa Francesco, il mondo è ormai più multipolare che mai e al potere statunitense va aggiunto anche quello russo nonché quello cinese e addirittura quello europeo nonostante le molte criticità dell'Unione. A suo modo, e con i loro limiti, nel concerto dei poli attorno ai quali si tessono i rapporti internazionali, entrano anche Paesi o regioni africane, asiatiche e latinoamericane.
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L'analisi della visita a Mosca del cardinale Segretario di Stato, dal 20 al 24 agosto prossimi, per incontrare sia il Presidente Vladimir Putin che il Patriarca ortodosso Kirill, non può prescindere di quanto abbiamo riassunto prima. In questo quadro ci sono tutte le principali ragioni per cui questa trasferta russa del Segretario di stato di Papa Francesco non solo è unica nella breve storia di questi contatti ma è di importanza fondamentale per il presente e per gli anni a venire. Questa visita che comincia domani nella sua rilevanza storica è paragonabile solo a quella del 1988 (card. A. Casaroli). L'altra, quella del 1999 (card. A. Sodano) fu rovinosa, da dimenticare, anche perché era forse il momento più basso e critico dei rapporti tra Vaticano e URSS.
Poche volte la politica estera vaticana ha vissuto momenti come quelli odierni, di ampia e totale autonomia, senza condizionamenti determinati da ragion di stato, senza dover pagare pedaggi allo scopo di ottenere qualcosa. Anche se non è il linguaggio migliore il Segretario di stato va a Mosca come alto esponente di un altro potere - o potenza -  nella scacchiera planetaria e quindi un altro polo nell'insieme poliedrico della comunità o famiglia di nazioni. Questa sua posizione, mai così chiara come oggi, è d'altra parte del tutto unica e singolare fra i tanti poli delle relazioni internazionali. La Sede Apostolica non ha per natura e definizione interessi geopolitici, commerciali o espansivi da difendere o negoziare. Il Vaticano non ha nulla da chiedere e al Vaticano nessuno può chiedere nulla ... da negoziare, da scambiare, da mercanteggiare ...
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Porterà anche il cardinale Parolin al Presidente Putin una lettera personale del Papa come fece il cardinale Casaroli nel 1988 con la lettera di Papa Wojtyla a M. Gorvaciov? Porterà anche una lettera del Santo Padre al Patriarca Kirill? Non si sa. Difficilmente si saprà. Possiamo solo fare ipotesi giornalistiche e la più accreditata è che il Segretario di stato è latore di due lettere, per il Presidente e per il Patriarca. Si può anche ipotizzare che quella per Putin è fortemente incentrata sui problemi della pace, delle questioni umanitarie e delle crisi regionali nonché sulle sfide dello sviluppo e dei flussi migratori. Nel caso del Patriarca Kirill, ovviamente, una tale presunta lettera certamente affronta la persecuzione dei cristiani nel mondo e in particolare in Medio Oriente, l'ecumenismo del sangue e le urgenti collaborazioni concrete su diversi fronti e luoghi. L'Ucraina? Con ogni probabilità sulla questione si è scelto di parlare a quattro occhi.
In questo quadro sono utili e interessanti nonché illuminanti alcune riflessione di Alberto Bobbio su Famiglia Cristiana con le quali ha riassunto la sua impressione sull'intervista che ha fatto al cardinale Parolin. Scrive Bobbio: "All’epoca del pontificato di Papa Francesco diventa un processo che va oltre le regole della diplomazia e le questioni bilaterali che qualcuno si affretta a rubricare nell’agenda di Parolin, evocando per esempio la faccenda dell’Ucraina, hanno un perimetro più largo. Così anche la situazione in Siria. La missione di Parolin insomma va al di là delle identità geografiche e perfino di quelle geopolitiche e serve per indicare al mondo intero e ai suoi leader litigiosi un metodo. La diplomazia della Santa Sede è sicuramente più libera di non cedere a contrapposizioni ideologiche o a compromessi. Così la preoccupazione maggiore della Santa Sede e di Papa Francesco, quando insistentemente parla della necessità di bloccare la guerra mondiale a pezzi, è esattamente quella di prevenire e dunque di spegnere le micce prima che gli incendi divampino. I colloqui del Papa con i leader mondiali, le missioni del Segretario di Stato, gli interventi degli episcopati nei Paesi dove i pericoli sono più che reali, dalla Repubblica Centrafricana al Venezuela agli Stati Uniti alla Russia, servono a spiegare che le soluzioni non passano attraverso una chiusura a doppia mandata sull’interesse nazionale, ma nel suo contrario esatto, cioè nell’apertura degli Stati e nella critica ragionata ad una opinione pubblica che invece è dominata da estremismi inquietanti, da identitarismi disperati e dall’odio per il vicino in casa e per quello oltre i propri confini. Il rischio che corre il mondo è di dividersi in tante fortezze e di giustificare l’impresa con la necessità di difendersi dal neoestremismo degli altri. (...) Parolin dunque va a Mosca proprio perché il momento è difficile. Non sappiamo se è l’inizio di una nuova strategia del processo aperto sulla scena internazionale da Papa Francesco. Parolin ha spiegato che il suo viaggio sarà importante per la pace, tema sul quale sono molti gli interlocutori. La Santa Sede non ne teme nessuno, anzi desidera parlare con le autorità di qualsiasi Paese, a prescindere dai sistemi politici e dalle ideologie, per spiegare che il bene globale nasce se si supera la logica degli interessi nazionali e personali e i vantaggi immediati in un’area o in un’altra del pianeta. Parolin comincia da Mosca. Seguiranno altre capitali?"
Il gesuita José Luis Narvaja sulla Civiltà Cattolica (N° 4009) analizzando la "politica internazionale di Papa Francesco" ha sottolineato alcune considerazioni che sono di aiuto anche nel caso del viaggio del Segretario di stato a Mosca. Narvaja ricorda: "Per Francesco l’annuncio del Vangelo si fa politica; pertanto l’impegno politico discende dal Vangelo e non da una ideologia. In un articolo del 1987 Bergoglio affermava che un determinato fatto è autenticamente politico quando porta un messaggio, un significato attuale per tutto il popolo di Dio. L’orientamento al tutto e all’unità. Per il Papa ogni politica è sempre «politica interna». Egli considera il mondo come un’unica città. In questo contesto, una politica autenticamente cristiana è una politica che sostiene l’armonizzazione delle parti nell’accettazione reciproca, senza distruggere le particolarità, ma senza neppure mettere al primo posto le differenze. (...) La politica richiede un processo che avviene nel tempo, per mezzo del dialogo e del discernimento. Il cristiano impegnato in politica è consapevole che è necessario un dialogo con la storia che permetta di scoprire i segni dei tempi; e, contemporaneamente, un dialogo con Dio, perché è Lui che guida i cuori degli uomini e il corso della storia. Per questo occorre essere attenti e «discernere gli spiriti». Se per il Papa la politica mondiale è sempre «politica interna», non sarebbe sbagliato descrivere la politica «estera» – intesa come l’arte che cerca di difendere la città contro gli interessi esogeni – come una lotta essenzialmente spirituale. (...)  La visione politica di papa Francesco ci ricorda una cosa di una semplicità disarmante: al centro del messaggio di Cristo c’è l’amore e questo amore si manifesta nel servizio. Lo storico austriaco Friedrich Heer affermò che la debolezza della Chiesa e la sua perdita di significato nel mondo era dovuta al fatto che essa non insegnava più l’amore. Tornare a farlo è un messaggio politico kerigmatico, in quanto annuncia che l’Amore è vivo e che l’amore è possibile. E il matrimonio e la famiglia, in questo senso, risultano essere due «palestre» cruciali per la politica. La «politica inclusiva», dall’agenda aperta, proposta da papa Francesco è la «politica di Dio» che si incarna per essere «Dio con noi». Supera così il paradosso di una «politica cristiana», intesa come politica di parte. Per il Papa, la politica è l’espressione più alta dell’amore; e un amore che non sia politico è semplicemente amore di se stessi."
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