sabato 19 agosto 2017

Italia
Una risposta efficace al fenomeno dell’immigrazione. Leggere i segni dei tempi
L'Osservatore Romano
Vescovi liguri. Migranti, segno di Dio che parla alla Chiesa è il titolo del documento diffuso recentemente dalla Conferenza episcopale ligure, le cui diocesi, in particolare Ventimiglia - San Remo al confine con la Francia, si trovano in prima linea nell’accoglienza a immigrati e richiedenti asilo. Ne pubblichiamo ampi stralci, tratti da «Il Regno».
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Di fronte a un fenomeno di portata globale come quello delle migrazioni, la nostra fede ci chiede un coinvolgimento profondo secondo lo spirito evangelico del «provare compassione» come Gesù buon samaritano (cfr. Luca, 10, 33): non è un generico sentimento di pietà ma un entrare, a pieno titolo, nel problema che l’altro vive, condividendolo e facendosene carico. L’altro ha un volto, è un fratello, una sorella. Nello specifico si tratta di comprendere che la migrazione coinvolge la vita di tutti, ci “tocca” tutti in eguale maniera, riguarda l’uomo al di là della provenienza, della religione, della condizione sociale, delle convinzioni politiche. In quest’ottica il «provare compassione» è ciò che spinge ciascuno di noi a sentire la difficoltà dell’altro come difficoltà mia. L’obiettivo non è solo risolvere il problema contingente dell’accoglienza ma è la costruzione di una società più giusta e accogliente. L’annuncio del messaggio evangelico a tutte le genti vuole fare del genere umano la famiglia di Dio, nella quale la pienezza della legge è l’amore.
La nostra fede in Dio che si è incarnato ci impegna in una lettura attenta, complessiva e critica del fenomeno, perché le domande di «questo tempo» non possono essere eluse (cfr. Luca, 12, 54-56): di che cosa questi tempi sono segno? La dottrina sociale della Chiesa si è sempre mostrata attenta alla lettura dell’attualità sociale. Si tratta di saper cogliere dentro il fenomeno delle migrazioni segni di realtà divine, vale a dire il dispiegarsi nella storia del disegno di Dio sull’umanità, del quale la realtà che viviamo è il momento attuale, nell’attesa del ritorno del Signore. Tale disegno ci è stato rivelato in Gesù Cristo: per leggere i segni dei tempi occorre aprire il cuore all’azione dello Spirito Santo che opera nella storia e nel cuore degli uomini. È necessario conoscere in profondità il fenomeno delle migrazioni per poter riconoscere l’agire di Dio nella storia. Conoscere per accogliere e annunciare: i segni dei tempi possono sorprenderci, a volte scandalizzarci, ma sono per noi una chiamata che attende una risposta.
La nostra fede in Dio che si è incarnato ci chiede, dunque, di cercare soluzioni: una ricerca aperta alla collaborazione di tutti, che sappia coniugare la capacità di accoglienza emergenziale fino al tentativo di incidere sulle cause remote (strutturali, culturali, economiche e legislative) che impediscono di mettere in campo soluzioni di ampio respiro e che vadano al cuore del problema, senza fermarsi a interventi di superficie.
La nostra fede in Dio che si è incarnato ci chiede una corretta attenzione al dialogo interreligioso e al dialogo ecumenico.
Più direttamente al cuore del compito ecclesiale e battesimale dell’evangelizzazione, il fenomeno delle migrazioni sollecita le nostre diocesi a un profondo ripensamento delle modalità con cui offriamo la proposta evangelica. La missionarietà, vissuta in modo prevalente nella dimensione ad gentes, ha impoverito la comprensione del suo essere realtà tipica di ogni cristiano in forza del battesimo. Ora che l’annuncio ad gentes non è più solo ai confini della terra, ma è entrato prepotentemente nella nostra vita sociale, le comunità cristiane devono usare parole e porre gesti capaci di dire il Vangelo anche agli stessi migranti che vengono da una formazione cristiana. Ancor più difficile è dire una parola evangelica decisiva per chi viene da mondi religiosi differenti da quello cristiano. Papa Francesco così si esprime: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia» (Evangelii gaudium, n. 27). Questo non significa certamente dimenticare, quanto, piuttosto, rilanciare la dimensione dell’annuncio ad gentes.
Il fenomeno delle migrazioni forzate domanda pertanto un rinnovamento del linguaggio e della prassi dell’evangelizzazione a cui, come Chiesa, non possiamo sottrarci. È ancora Papa Francesco a esortarci: «Infine, rimarchiamo che l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma “per attrazione” (Benedetto XVI, omelia nella messa d’inaugurazione della Conferenza di Aparecida, 13 maggio 2007)» (Evangelii gaudium, n. 14).
Il primo passo da cui partire è quello di un profondo “cambio di prospettiva”: fino a ora la missio ad gentes ha prevalentemente favorito l’atteggiamento di chi è chiamato a portare ad altri il Vangelo, la cultura, gli aiuti. Ora il mondo, le culture, le religioni interpellano le nostre Chiese. Occorre anzitutto ascoltare: i profughi sono portatori di culture altre, di stili di vita differenti, di sensibilità alternative alle nostre e, quando cristiani, di un patrimonio di esperienza di fede e vita ecclesiale da cui abbiamo molto da imparare, soprattutto in un contesto così secolarizzato come il nostro. Solo dopo aver ascoltato, come il Risorto lungo la via di Emmaus (cfr. Luca, 24, 13-35), possiamo e dobbiamo annunciare il Vangelo perché tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cfr. 1 Timoteo, 2, 4). Dobbiamo continuare a sostenere la scelta di misurarsi, in modo compromettente, nell’accoglienza dei richiedenti asilo come degli altri immigrati, come già abbiamo fatto. Vogliamo vivere un’attenta dinamica evangelica, che sappia leggere a fondo i «segni dei tempi» dando adeguate risposte, e sollecitare un profondo ripensamento del modo di fare cultura all’interno della Chiesa. Scegliere di accogliere e farlo nel modo opportuno non è solo un’urgenza morale, ma cambia la prospettiva del nostro modo di pensarci come Chiesa. Come cristiani siamo chiamati a un «radicale atteggiamento di disponibilità all’accoglienza». Il Vangelo ci interpella: «Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”» (Matteo, 25, 37-40).
La scelta a favore degli ultimi è per identità scelta cristiana; l’accoglienza o il rifiuto del povero è accoglienza o rifiuto di Cristo. Siamo chiamati a un vero e proprio percorso di conversione, al quale non vogliamo sottrarci, e che ci spinge a entrare nel profondo delle analisi e delle scelte sopra delineate, per metterci in gioco in prospettive di soluzioni ispirate all’unica Parola che salva.
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In una parrocchia di Ventimiglia
Il dovere dell’accoglienza

Con la chiusura del servizio di accoglienza della chiesa di Sant’Antonio a Ventimiglia verrà a mancare «un supporto importante» per i migranti in viaggio nel tentativo di raggiungere il nord Europa, e «sarà negativo se non verrà attivato il centro di accoglienza per i minori soli»: la richiesta che sia offerta ai migranti «un’accoglienza dignitosa gestita dalle autorità» viene dai volontari che in una lettera aperta condividono la loro esperienza, iniziata il 31 maggio 2016 per «puro spirito umanitario perché ci siamo trovati davanti a persone in emergenza». Un’esperienza che si è conclusa definitivamente lunedì scorso, con il trasferimento dell’ultima famiglia ancora ospitata nella chiesa nel campo gestito dalla Croce Rossa nella zona del campo Roja, ma che non pone fine all’impegno di accoglienza della diocesi. «Ricordo che il giorno in cui decidemmo di attivare l’accoglienza — racconta all’agenzia Sir il vescovo di Ventimiglia - San Remo, Antonio Suetta — era la solennità del Corpus Domini. Mi stavo preparando alla processione serale quando il parroco di San Nicola mi telefonò per chiedere la possibilità di ospitare in chiesa per quella notte alcune delle centinaia di migranti che si erano ritrovati in città senza accoglienza». Il presule ricorda ancora come quelli fossero «giorni di grande tensione alla frontiera, anche per la presenza di gruppi di no borders, e per evitare che la situazione degenerasse dissi subito di sì. In quell’occasione ripensai alle parole di Papa Francesco che ci invitava a riconoscere, nei poveri e nei migranti, il Corpo di Cristo. Quale occasione migliore di quella. Ricordo che alla fine della celebrazione serale invitai tutti a un rinnovato sforzo di accoglienza». All’indomani, in accordo con la Caritas locale, fu deciso di trasferire i migranti nella chiesa di Sant’Antonio che meglio si prestava a questo servizio. Nasceva così l’esperienza di “Ventimiglia confine solidale” che ha accolto in questi mesi circa tredicimila persone. «Sono stati mesi fecondi — continua il vescovo — in cui sono nate e cresciute relazioni: penso ai legami con le Chiese di Nizza e Monaco, ma anche alle tante associazioni e gruppi venuti dalla Francia e da altre regioni italiane». Adesso, però, «bisogna continuare a operare per garantire un’adeguata accoglienza nel campo Roja, rafforzando il ruolo dei mediatori, tutelando i minori e le famiglie, senza dimenticare i richiedenti asilo accolti sul territorio e quanti, al termine dell’iter per il riconoscimento della protezione internazionale, si ritroveranno senza accoglienza».

L'Osservatore Romano, 19-20 agosto 2017